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Il Mulino - Rivisteweb

Francesco Saverio Trincia


Amare da morire
(doi: 10.1403/73821)

La Cultura (ISSN 0393-1560)


Fascicolo 2, agosto 2013

Ente di afferenza:
Università di Bologna (unibo)

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Amare da morire
di Francesco Saverio Trincia

Ancora una volta viene dal grande cinema (Amour di Michael


Haneke, 2012) la non arrestabile ripresentazione, la ripetizione non
evitabile della domanda sulla terribile presenza dell’eutanasia (si po-
trebbe parlare dell’offrirsi, del mortale porgersi dell’eutanasia) sulla
soglia di vite destinate a finire senza alcuna speranza di una ripresa,
di una qualche resistenza all’avanzare della morte, di una inconce-
pibile guarigione. L’eutanasia è il segnale metabolizzato e portato
all’atto di ciò che razionalmente sappiamo quando cominciamo a
pensare, ma che viviamo solo quando l’orizzonte del vivere, chiuden-
dosi inesorabilmente su una sofferenza irrimediabile, ci dice che non
si può più tornare indietro, non solo sul piano biologico, ma neanche
su quello in cui resta accesa una qualche luce di speranza vitale, né
su quello dell’amore che comunque, e fino all’estremo limite, tiene
in vita. Nella soglia ove l’eutanasia si offre, l’amore, al tempo stesso,
si radicalizza e si rovescia, travolgendo ogni resistenza a precipitare
e a far precipitare la vita-non vita verso il vuoto dove tutto è finito,
dove il riconoscimento del nostro limite di viventi perde ogni aggan-
cio persino al fragile tremito esistenziale di una qualche consapevo-
lezza filosofica o anche solo riflessiva. Amour è la messa in scena
claustrofobica e disperata della storia di vecchiaia e di malattia di
una coppia, che sfocia in un atto di eutanasia violenta, compulsiva,
apparentemente cieca, ma il cui senso, per quanto terribile, affonda
invece le proprie premesse, ma non per questo una qualche accetta-
bile giustificazione, nella storia non-storia, nella storia congelata, nella
fine di ogni storia e nel degrado inarrestabile di una vita malata e
indicibilmente sofferente, che delimitano il contesto in cui emerge il
senso di una morte inferta con un gesto di omicidio compiuto per
amore della persona amata. Un senso che intende strappare alla di-
sperazione della situazione la pretesa, che si vuole essa stessa cieca-
mente chiusa ad ogni discussione, ad ogni pur pietosa dubbiosità, di
essere riconosciuto e accettato come ciò che si doveva fare.

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Francesco Saverio Trincia

Non c’è una storia da raccontare nella vicenda di una coppia di


anziani musicisti, lasciati soli, letteralmente dimenticati da una fa-
miglia lontana e distratta, persino vagamente turbata dall’affacciarsi
dei segnali della malattia e del tutto inconsapevole del possibile av-
vicinarsi della soglia dell’inarrestabile morire. La malattia di lei, non
inaspettata e subito affrontata con dolce e faticosa cura da lui, per
decisione della malata si svolgerà senza il ripetersi della prima ospe-
dalizzazione, presentimento della inutilità di cure ‘istituzionali’. Lo
scatto omicida del marito accade non senza disperata rabbiosità di
fronte alla paralisi progressiva e ineluttabile del corpo della moglie.
La scomparsa di lui segue (suicidio?) l’omicidio di lei. La scena che
si apre per la riflessione, per il commento coinvolto, per la risonanza
emotiva di fronte a ciò che più radicalmente ci riguarda, è del tutto
spoglia, non offre diversivi, chiude scappatoie filosofiche e letterarie.
Diventa persino una forzatura, una forma di scolasticismo difensivo
il dire che ci si trova di fronte ad uno dei più radicali problemi di
bioetica. Per quanto possa apparire paradossale, la bioetica appare
ferma al balbettio non convinto del sì o del no all’omicidio eutana-
sico. Il fatto stesso che si abbia a che fare con un omicidio, con la
soppressione per soffocamento di una vita rappresentato nella sua
sequenza completa, mentre genera la profonda insoddisfazione etica
di accettare, qualunque sia la posizione che si prende, il livello dello
scontro tra accettazione e rifiuto ridotto ai suoi termini elementari,
mette tuttavia in condizione di tentare una dislocazione dei termini
della questione, di sottrarre al problema ogni declinabilità in termini
di neutra e oggettivante problematizzazione bioetica. Come ha ben
visto Hans Jonas a proposito del cosiddetto “diritto di morire”, il
piano del decidere, e del giudizio morale sulla decisione, qui la deci-
sione eutanasica, è preceduto e in certo senso comandato da quello
che Jonas chiama il piano dell’essere. Questo, a sua volta, potrebbe
essere tradotto nella questione del rapporto tra il morire e il suo
‘soggetto’, ossia nella questione del ‘luogo’ esistenziale che ospita la
morte, la morte che sopravviene naturalmente così come la morte
che viene inferta e subìta. In quanto esplicitata in questi termini,
il problema che possiamo definire della appartenenza della morte e
quindi della morte come appartenenza consente di delimitare il con-
fine entro il quale l’eutanasia inizia a disoccultare un significato che
travalichi il piano pur importante del diritto e quindi della sua even-
tuale regolamentazione (già attiva peraltro in alcuni paesi, come è
noto) e consente di cogliere che cosa esattamente si faccia quando
se ne sottolineino il tessuto e la consistenza esistenziale.
Non si vuol dire con ciò che la dimensione del giudizio morale,
e ogni decisione che vi si connette, perdano la loro rilevanza, ma
che essi finiscono per occupare lo spazio non assoluto e non esclu-
sivo che loro effettivamente compete. Sarebbe enfatico dire che il
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Amare da morire

collocare il morire entro il contesto di una appartenenza significa av-


vicinarsi alla ‘verità’ dell’eutanasia. Ma perché poi non si dovrebbe
usare la nozione di verità per ciò che ci concerne più da vicino, non
il semplice morire, ma il sottrarre qualcuno o il farsi sottrarre con
una morte decisa ad una fine della vita devastata, devastante e in-
terminabile? Se si cerca un modello della nozione della morte come
appartenenza, capace in quanto tale di aprire l’ambito non della giu-
stificazione ma della giustificabilità dell’eutanasia, viene in mente la
richiesta rivolta dall’anziano Sigmund Freud al suo medico curante
Max Schur di eseguire l’impegno già concordato e accettato tra
loro di mettere fine per via chimica alle sofferenze e alle ormai inu-
tili cure del suo cancro alla mascella1. La morte per eutanasia che
Freud sollecita ed ottiene dal suo medico ‘accade’ entro lo spazio di
una relazione che, mentre tiene ferma e realizza la libera volontà di
chi ha deciso di farsi sospendere la vita ormai ridotta a solo dolore,
lascia che questa sua libertà si radichi in una relazione che, essendo
quella con il suo medico curante, si allarga implicitamente ad un
più ampio orizzonte di rinvii che ne fanno un evento radicalmente
‘proprio’ e, al tempo stesso, appartenente al mondo, o se si prefe-
risce, ad un mondo esso scelto e costruito lungo una intera vita di
relazioni e di convincimenti teorici e culturali condivisi, non rimasti
solo privati. A quel mondo che, implicando un modo del vivere e
del morire definito in termini culturali per quanto in forma ancora
iniziale e pionieristica, rende la morte per eutanasia di Freud un
evento ‘dell’appartenenza culturale’: è al suo interno, all’interno di
tale appartenenza, che viene esaltata la tragica radicalità e la stessa
solitudine ultima del suo attuarsi, anzi del suo essere attuato. Amour
mostra, nel confronto, quella che si potrebbe definire una morte per
eutanasia che occulta violentemente ogni appartenenza, che fa della
violenza il mezzo disperato per obliare una qualche appartenenza,
e per negargli ogni altro senso che non sia quello della desolazione
e della disperazione della solitudine, per indicare che questo e solo
questo è la morte, il finire fisico nello spegnersi di ogni relazione
diversa da quella dell’“amare da morire” che annulla la stessa rela-
zione dell’amare e i suoi poli, chi ama ed uccide e si uccide, e chi
per amore viene ucciso.
Siamo confrontati con un paradosso radicale e con una sfida non
aggirabile, una sfida rivolta, lo si è detto, anche alla ritualità concet-
tuale della bioetica, una sfida che attraversa il reale dell’esistenza e
se ne nutre: come definire l’appartenenza del morire, come vedere la
morte che si dà e si riceve nella forma dell’eutanasia, come una ap-

1
  Cfr. F.S. Trincia, La “morte” di Sigmund Freud (1939-2009), «Iride», 60, 2010, pp. 317-
331.

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partenenza? Ossia, come definire quell’evento finale voluto, deciso,


e il processo che sfocia in esso, un evento che cancella per sempre
ogni appartenenza, che azzera il senso di ogni possesso, di ogni riferi-
mento del morire a qualcuno o a qualcosa (un ambiente, una storia,
una cultura, una fede) che se ne faccia carico come di cosa sua, oltre
la persona che grazie alla ‘propria’ eutanasia muore? Questo sembra
essere lo sfondo, questa la frontiera estrema del rapporto che intrat-
teniamo con la vecchiaia ultima e malata, con la morte ‘anticipata’
nella perdita delle funzioni della coscienza e del corpo, nella perma-
nenza in un vivere puramente biologico sostenuto dalla tecnologia
biomedica. In questo contesto, o meglio nel darsi di un contesto di
ricostituita e riconosciuta appartenenza ultraindividuale del morire
di ogni singolo, ossia nel declinare (indipendentemente da ogni di-
chiarazione di fede) la restituzione del senso del morire eutanasico
ad un ambito esistenziale umano, non puramente biologico, né
astrattamente idealizzato, costruito e sostenuto dalla volontà etica, si
pongono nella loro giusta dimensione concettuale ed emotiva i temi
della sospensione o del rifiuto dell’accanimento terapeutico, del sui-
cidio, dell’eutanasia, tutte le dimensioni in cui il morire stesso, que-
sto specifico morire, è un esito al tempo stesso tragico, prevedibile
e previsto. Si attua così di nuovo l’adeguazione all’imperativo freu-
diano di restituire l’accettazione del morire al patrimonio psichico e
spirituale degli esseri umani e di ‘normalizzarne’ l’esperienza estrema
e contraddittoria (l’esperienza che cancella ogni futuro esperire) con
la scoperta che la morte ci separa da un’appartenenza che in questo
stesso atto viene confermata come suo elemento costituente, come
ciò ‘da cui’, nel separarsi finale, si continua a fare riferimento quale
componente e condizione di tale separazione.
Affermare con Jonas il “diritto di morire” anche per via eutana-
sica non basta, mentre resta inaccettabile in termini etici ogni sorta
di ‘diritto di uccidere’ una vita che va spegnendosi nella sofferenza
e di sottrarsi con il suicidio o con la propria scomparsa allo strazio
per il crimine commesso per amore. L’eutanasia amorosa di Amour
mette in scena un morire che implica un appartenere, in forma forse
più radicale che ogni altro morire. Implica cioè il darsi di un ‘noi’
che non sopporta l’avvicinarsi della fine in cui il ‘noi’ si scompone
e scompare. È l’essere di qualcuno o per qualcuno che contrassegna
quel voler far morire violento, omicida, che anticipa amorosamente
e distruttivamente il destino biologico di un corpo disfatto. Amour
simbolizza un’appartenenza che destina a una morte, ma che non
può valere e non vale come modello. Appartenere alla vita è inse-
parabile dall’appartenere alla morte, quali strutture del radicamento
affettivo (positivo o negativo) dell’io negli altri, con gli altri, nell’al-
tro. L’appartenenza che è propria del morire eutanasico (un morire
che svela tanto più la sua appartenenza quanto più è tragico) evoca
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Amare da morire

sul piano pratico, il piano della organizzazione dignitosa dello svol-


gimento di vite giunte alla fine, l’ampliamento della rete degli hospi-
ces e delle strutture preposte alle cure palliative. Implica il rinvio al
darsi di un rapporto interno al ‘noi’ sociale e psichico costruibile in
termini etici, ma proprio per questo motivo non dato, non garantito.
Vi è in gioco la questione del bisogno che si ha di noi (che entro il
‘noi’ alcuni hanno di altri) da parte dei radicalmente deboli, i bimbi
da un lato, i malati terminali dall’altro.
Il ‘noi’ che la risposta a questo bisogno produce come un atto
gratuito e non garantito da alcuna reciprocità, come un atto di
creazione etica, dovrebbe contenere ed elaborare dinamicamente
un’appartenenza che nel caso del morire apre, codifica moralmente
e giuridicamente e organizza istituzionalmente lo spazio esistenziale
del morire per eutanasia. Ogni io decidente, anche l’io che decide
in forma anticipata il trattamento medico futuro in caso di perdita
dell’autodeterminazione mentale, è il titolare di una sua non limi-
tabile libertà. Ma le radici dell’esistenza e delle sue decisioni affon-
dano nell’orizzonte dell’alterità, del contesto vitale, culturale, so-
ciale, storico. Così l’appartenenza del morire, che può sottrarre la
pietà dell’eutanasia alla brutalità amorosa e omicida messa in scena
da Amour, si definisce come luogo della differenza e del nesso tra il
polo ‘mio’ della morte mia e da me eventualmente richiesta, e il polo
di quel più ampio ‘mio’ che è il ‘noi’ affettivo che inizia dalla cop-
pia, nel quale ogni morire, e ogni far morire accadono. Il morire ac-
cade sempre in e per un ‘noi’. È fondamentale tanto il richiamo alla
libertà del singolo, tanto l’evocazione della dimensione del ‘noi’. Ma
mentre il primo trova il suo ancoraggio fermo sul piano del diritto,
il secondo può essere solo costruito e deve essere difeso dalla deriva
autodistruttiva che mira ad annullare il ‘noi’. Il ‘noi’ della morte, il
‘nostro’ della ‘nostra morte’ non è dato. L‘appartenenza della morte,
la morte come appartenenza esistenziale entro cui deve essere pen-
sata ed eventualmente praticata l’eutanasia, è l’obiettivo etico che
deve essere tenuto fermo affinché si dia, per il vantaggio spirituale
di tutti, un paese che sia anche e anzitutto “per vecchi”, contro l’im-
magine presente nel titolo del film dei geniali fratelli Cohen.

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